giovedì 20 marzo 2008

Revolver allo specchio


Eccoti di fronte a me; lo scenario che ci circonda è formale quasi quanto un quadrato: il tavolino è in acciaio luminoso quasi come uno specchio, le nostre tisane fumanti ed il tuo sguardo che è come incantato dal fragranti biscotti allo zenzero che hai ordinato anche per me.

Fratello, non riesco a dirti nulla, posso solamente contemplare le tue parole, osservando i tuoi occhi identici ai miei.

-Ieri sera ti ho visto al Fairy, hai cantato molto bene come al solito; il tuo corpo era in sintonia con la musica.-
La tua suona come una sentenza sincera, con tanto di sorriso di circostanza al seguito, ma io non ce la faccio a seguirti e ti chiedo:
-Sono quattro anni che non ci vediamo…che fine avevi fatto?-
Abbassi il capo rasato a carne arricciando le narici evidentemente rovinate dalle dosi si chetamina assunta:
-Davvero bella quella canzone, è molto tua vero?Da quando sei piccolo che ti piace: mi ricordo che ti osservavo mentre saltavi sul vecchio materasso della soffitta cantando a squarcia gola parole senza senso. Forse piangevo guardandoti. Ma non ne ricordo il motivo.-
Assumo un’espressione straniata guardandoti: ho cancellato i nostri ricordi. Rievoco solamente il dolore.
-Sono uscito dalla comunità ormai; dicono che non sono più matto -continui a dire toccandoti nervosamente il sopracciglio destro- ho commesso degli errori, ma l’ho fatto per i miei compagni, erano loro che mi guidavano-

Fratello, tante volte mi hai picchiato.
Fratello, tante volte mi hai deriso.
Tu e i tuoi compagni mi pestavate a sangue; per te ero una nullità.
Io studiavo la musica, tu la violenza. Il tuo credo era senza senso, vuoto.

-Penso che mi aprirò un’armeria. Le armi sono la unica cosa che mi appassiona. La revolver in particolare, la sua fisionomia mi ricorda quella di una donna; per questo te ne ho regalata una qualche giorno fa.-

Fratello, quella revolver c’è l’ho nella tasca del cappotto: mi ero ripromesso di spararti in testa non appena ti avessi visto. Per questo oggi ti ho voluto incontrare. Ora, però, non riesco a fare nulla, forse perché non voglio vedere scendere del sangue dal tuo viso, dato che è identico al mio.
Ora, che il dolore è lenito, penso che il quadro possa ricomporsi.

-Sono molto contento che abbiamo ripreso i rapporti…mi sei molto mancato- dici tremando –mi dispiace non esserci stato quando sono mancati i nostri genitori, l’uno poco tempo dopo l’altro. Non ti nascondo che mi sento quasi in colpa; alcuni dicono che li abbia fatti morire dalla dispiacere.-

Il giorno sta diventando notte; il bar inizia a svuotarsi. C’è molto silenzio quando il mio sguardo si fissa sulla tua maglietta: ci sono due uccelli stilizzati sopra, uno che vola più in alto l’altro più in basso; in un punto però i due si ricongiungono, come se quello in alto aiutasse l’altro a volare.
Fratello, quei due uccelli siamo noi due: tu stai per cadere ed io ti devo raccogliere; ma è questo il modo migliore per aiutarti?
Un uccello ferito ad un’ala non potrà più volare. È inutile illuderlo.
Così io tiro fuori la revolver e la metto sul tavolo; tu la prendi subito e te la porti alla tempia.
Poi premi il grilletto.

Fratello, ho capito il tuo messaggio.

domenica 9 marzo 2008

Edipo liquido


La casa in cui abitiamo non è una casa; piuttosto un contenitore cubico nel quale fluttuare come vuoi: ma attento a non spiccare troppo il volo o potresti finire spiaccicato sul soffitto come le uova strapazzate che ho mangiato questa mattina.
Non è facile vivere di questi tempi; io vendo il mio corpo al miglior offerente: a vecchi bavosi con centoni sempre pronti o a depresse signore in cerca di accompagnatori dotati; l’importante è avere i soldi in tasca al diavolo il resto!
Verso le tredici virgola zero abbandono quel puttanaio di casa nostra con ancora l’odore di scaduto addosso. Sono svariati mesi che vivo lì; fumando stupefacenti e giocando a freccette con gli uccelli che passano; alle volte rimango immobile, schifosamente fisso su un punto del pavimento, come se leccassi con gli occhi quelle mattonelle bianche fin troppo ingiallite. Non so di chi sia questo benedetto appartamento, ci vivo stupendamente abusivo, come del resto fanno gli altri scarti sociali che vi bazzicano; ma a me non danno fastidio: mi piace definirmi un ragazzo moderno con il senso degli affari, conosco persone facilmente e poi se meritano ci vado anche a letto. La vita è bella.
La cliente di oggi mi ha contattato con una voce timidamente bassa, quasi assente. La sua casa è vicino Piccadilly Circus e lo sbiadito cielo di Londra mi saluta non appena esco dalla fermata della metro. La casa la trovo facilmente; lei una donna sui cinquanta, mi accoglie timida: è completamente vestita in lattex, indossa una famelica una maschera che le censura quasi completamente il viso. Arriviamo in fretta alle cose pratiche. Durante l’amplesso cerco di annientarla come faccio con tutti i miei clienti, schifosi indivisi pronti a farsi tutto ciò che vedono. Dopo mezz’ora lei giace vecchia e distrutta tra le lenzuola caoticamente aggrovigliate. Io da vincitore prendo il suo portafoglio in cerca del mio trofeo e inebriato dall’odore della carta dei soldi, trovo per sbaglio la sua carta d’identità; il mio stomaco inizia a rantolare di vomito, quella donna non è altri che la mia vecchia madre; inizio a tremare e scappo via. Il mio corpo è ormai sporco fin nel midollo; la mia anime è più corrotta di quella del diavolo.

mercoledì 5 marzo 2008

Confusione mentale al Blue Ark


Questa non è proprio serata: la birra va giù troppo lentamente e l’orchestriola da strapazzo starnazza musiche di vecchio stampo malriuscite.
-Coglioni!-
Grido ogni tanto, ma nessuno del complesso mi risponde.
Magari non mi hanno sentito.
Gli affari vanno male: non c’è nessun folletto che reclama la polverina magica che vendo anche a prezzo stracciato. Fetenti perbenisti. Il Blue Ark, non è più come un tempo; si c’è gente di ogni razza e tipo, proprio come sarebbe piaciuto al vecchio Noè, però nessuno compra.
La cameriera ha curve mozzafiato e sguardo sbarazzino:
- Lo vuoi un goccio di birra?.-
Lei non mi risponde.
Magari non mi ha sentito.
Faccio l’occhiolino ad un’altra. Cazzo non mi ero accorto del suo compagno marocchino. Nessuno dei due però mi si caga!
Magari non mi hanno visto.
Poi proprio mi stavo aggiustando Abrham, il mio affezionatissimo rastah rosso, vedo un muso giallo che mi fissa:
-O ma che vuoi?-
Gli dico stizzito sputando sul pavimento. Lui si alza e mi si avvicina. Ma ti pare:l’unico che non mi doveva notare lo ha fatto! Non cerco rogne, sono un pusher rispettoso. Mi defilo.
Spingo in avanti un acida con un cane al guinzaglio; lei urla e la bestia abbaia. Io scappo ma entra un tipo dalla porta principale, ha una pistola. Il locale esplode….esplode??
Si vabbè, ho capito che qui non mi compra nessuno, ma questo non significa che dovevo farmi tutto io…oddio ma che dico?Bah bad trip….